Il progetto “terre comuni”: un percorso di riappropriazione delle coscienze collettive e di sviluppo socio-economico

Di Simone Rosati*

Il progetto che sabato 21 gennaio verrà presentato presso l’Università agraria di Manziana in collaborazione con gli enti agrari di Cesano e Bracciano rappresenta una opportunità incredibile per il rilancio dei beni comuni del Lazio, senza escludere nell’avvenire la possibilità di esportare tale modello di gestione territoriale ad altre realtà nazionali ed estere.

Ma prima di mettere in luce le potenzialità di questa feconda opportunità, è opportuna una domanda preliminare: che cosa sono i beni comuni? Potremmo rispondere filosoficamente a tale quesito affermando come i beni comuni ed in particolare le terre comuni rappresentano la nostra storia, scritta con le sue chiese, i suoi castelli, monumenti, paesaggi incontaminati, boschi, su quella terra che calpestiamo ogni giorno.

Tuttavia dobbiamo essere più precisi e collocare nel giusto ambito le terre comuni, ponendo un confine chiaro con altre due modalità di intendere la relazione tra uomo e ambiente. In primo luogo i beni comuni costituiscono un modello di rapporto con la natura che nulla ha a che vedere con la proprietà privata: il sentiero che percorreremo sabato e domenica a Manziana non ha un padrone, un dominus che abbia concesso alla collettività di attraversare i suoi fondi. In secondo luogo i beni comuni non rientrano nemmeno nella categoria della proprietà pubblica quale luogo di esercizio di un potere imperativamente calato dall’alto dell’autorità statale.

Ebbene le terre comuni non sono né la prima forma di possesso, incentrata necessariamente sulla logica egoistica del singolo, né la seconda intrappolata sempre più nelle spire di una burocrazia lontana dalle necessità dell’uomo. Ecco finalmente dischiudersi in tutta la loro forza la meraviglia dei beni comuni intesi come quel patrimonio ambientale, culturale e storico che non appartiene al singolo e non appartiene allo Stato, bensì è patrimonio della comunità che ha espresso o che è erede di quel patrimonio.

Su questa nozione di beni comuni che cela dietro di sé una storia millenaria fondata su un modello antropologico alternativo all’individualismo proprietario, si inserisce il ruolo propulsore delle Università agrarie di cui Manziana, Cesano e Bracciano ne sono un meraviglioso esempio. A dispetto del loro titolo che ancora oggi genera curiose confusioni, le Università agrarie del Lazio sono gli enti chiamati a gestire le terre comuni a beneficio della universalità (ecco uno dei motivi etimologici del loro nome) dei cittadini che hanno eletto il proprio domicilio nel comune in cui esse insistono. Ebbene quando sabato e domenica percorreremo il sentiero delle terre comuni, i cittadini di Manziana potranno a buon diritto e con fierezza esclamare come quelle splendide terre ricche di storia e cultura sono i loro beni, sono un loro patrimonio ereditato da un passato lontano e preservato oggi per le generazioni future.

A questo punto vorrei esprimere il mio giudizio sul cammino intrapreso a Manziana dal valente Presidente dell’Università agraria Alessio Telloni in collaborazione con i Presidenti di Cesano (Alessandro Pioli) e Bracciano (Giovanni Ercolani). In un momento in cui gli enti che gestiscono i beni comuni, sia per impreparazione degli amministratori sia per l’ostilità delle autorità governative, sono condannati ad una esistenza difficile, quasi di misera sopravvivenza dinanzi a un ceto politico che per ignoranza non ne ha compreso il valore, l’iniziativa dei tre Presidenti apre le porte a nuove opportunità di crescita sociale e soprattutto economica.

Il percorso in cui tra qualche giorno ci addentreremo si interseca con tanti altri sentieri, questa volta non fisici ma anzitutto mentali. Il Cammino delle Terre Comuni sarà anzitutto il veicolo privilegiato attraverso il quale una comunità si riappropria della sua storia, tradizioni e valori, mettendo in atto quella che in un recente convegno mondiale è stata definita come “rivoluzione umana necessaria”, intesa come un percorso non violento mediante il quale l’uomo inizia ad immaginare se stesso né come suddito del potere statale, né come singolo individuo condannato alla solitudine di una società globalizzata ma come essere in relazione, come essere per gli altri.

In secondo luogo il percorso che prenderà avvio a Manziana ci illumina su un nuovo modo di gestire il proprio territorio, mettendo a disposizione della collettività i benefici economici che ne derivano. Riscoprire infatti l’identità di un luogo, la sua storia e le sue bellezze significa valorizzare agli occhi di chi non è del luogo (i turisti) il proprio patrimonio e quindi conseguire un indubbia fonte di reddito. Questo è un messaggio di grande valore per le altre Università agrarie del Lazio ancora oggi legate ad una economia agrario-pastorale che andrebbe integrata con nuove attività le quali, nel rispetto della vocazione collettiva di tali enti, potrebbero conseguire maggiori profitti, profitti, ribadiamolo ancora una volta, che non alimenteranno né le casse del privato e neppure quelle dello Stato, bensì ricadranno a beneficio di tutta la collettività.

Concludo esprimendo la mia profonda stima e riconoscenza per gli ideatori del percorso “terre comuni”, un percorso che come ho scritto nel sottotitolo conseguirà due grandi risultati: permetterà alla comunità locale di riappropriarsi della propria storia e conseguentemente di beneficiare di tale ritrovata identità quale fattore determinante del turismo e quindi della crescita economica locale nel rispetto dell’ambiente e a servizio dei cittadini, intesi non come sudditi ma come persone in carne ed ossa consapevoli dei propri valori di comunità.

 

*Simone Rosati è un giovane ricercatore dell’Università di Milano. Il suo campo di studio è proprio quello delle terre collettive. Nel corso della sua attività è riuscito a riscoprire a Tarquinia, sede di una tra le più grandi Università Agrarie del Lazio, un importante archivio da cui trarre informazioni storiche utilissime a ricostruire le vicende degli usi civici nei territori dello Stato Pontificio. Lo abbiamo incontrato a Trento e lo abbiamo invitato a Manziana, dove sarà tra i relatori del convegno di sabato 21 gennaio